L’acqua e la più grande migrazione della storia

Che il clima sia uno degli argomenti preferiti di conversazione sotto gli ombrelloni è un dato assodato e io ne sono un esempio eclatante, i miei vicini potranno testimoniarlo.

In effetti, questa torrida estate mi rimarrà impressa per almeno un paio di temi ricorrenti che hanno scandito le mie chiacchiere sotto l’ombrellone.

Il primo ha riguardato il razionamento dell’acqua a Roma (8 ore al giorno con il coinvolgimento di 1,5 milioni di persone). Una capitale europea con l’acqua razionata, sinceramente, mi ha turbato. Come sappiamo, il livello delle acque del lago di Bracciano – da cui viene prelevata anche l’acqua per la rete idrica romana – è sceso a livelli di grande preoccupazione, imponendo stop temporanei all’erogazione. Depurando la questione dalle inevitabili polemiche politiche, resta il fatto che il caso può essere considerato sintomatico di una scarsa e pericolosa attitudine verso la gestione di un bene fondamentale come l’acqua, di cui si comincia a parlare solo quando viene a mancare. Sprechi, scarsi investimenti, frammentazione del settore, tariffe basse, tutto contribuisce all’esplosione del problema, in concomitanza con le prime evidenze degli impatti del cambiamento climatico in corso. Uno studio della Nasa sulla siccità che dal 1998 a oggi imperversa sui Paesi del Mediterraneo orientale dimostra che si tratta di un fenomeno senza precedenti negli ultimi 900 anni.

Il secondo argomento, di grande attualità, ma apparentemente slegato, è stato sicuramente la questione dei migranti.

Il flusso, che ha portato al famoso milione di profughi in Europa nel 2015, si è molto ridotto a marzo 2016, quando l’Unione Europea ha stretto un accordo con la Turchia, delocalizzando sostanzialmente la gestione dei profughi in arrivo in cambio di 6 miliardi di Euro. Si è però contemporaneamente assistito a un costante incremento dei flussi di migranti verso l’Italia, in arrivo dalle coste libiche soprattutto. Questo flusso ha portato oltre 180 mila persone a sbarcare in Italia nel 2016, mai così tante, e il 2017 pare allineato. I paesi di provenienza sono: Nigeria (18% degli arrivi, circa 14 mila persone), Bangladesh , Guinea e Costa d’Avorio (circa il 10% ciascuno). Seguono Gambia, Senegal e Mali.

Rifugiati politici o migranti economici, in ogni caso i numeri stanno continuando ad aumentare. Mentre gran parte della discussione è incentrata sulle modalità di blocco del fenomeno (muri, reti, pattugliamenti ecc. ecc.), la domanda che viene spontanea è un’altra: ovvero, perché continuano ad aumentare nonostante la fine del picco delle ostilità in Siria e Iraq?

È possibile che tutto sia imputabile allo sfaldamento della Libia, che non funziona più da filtro, o in Africa sta succedendo qualcosa di molto più preoccupante?

Come sempre la realtà ha molte sfaccettature, ma sicuramente una risposta – in verità non molto trattata dai media – è da ricercare anche nella tormentata regione del Sahel (letteralmente bordo del deserto) e negli eventi, non solo politici, ma anche climatici che la caratterizzano.

Africa e riscaldamento globale sono simboli delle contraddizioni della nostra epoca: sono i paesi sviluppati e gli emergenti asiatici a produrre gran parte dei gas serra, ma è l’Africa – soprattutto quella sub-sahariana – a subirne le conseguenze più gravi. Prolungate siccità rischiano di esporre ad una penuria d’acqua fino a 250 milioni di africani entro il 2020. E nel 2040, secondo la Banca Mondiale, potrebbe divenire inservibile tra il 40 e l’80% della superficie dell’Africa sub-sahariana.

Il Sahel è un’area vastissima – si estende dalla Mauritania all’Eritrea ed è – paradossalmente – in forte crescita demografica. La regione conta oggi 135 milioni di abitanti, ma potrebbe averne 330 milioni nel 2050 e quasi 670 milioni nel 2100.

È quindi intorno al lago Ciad, limitrofo al Sahel, che si gioca il destino di centinaia di milioni di persone, potenzialmente tutti prossimi ‘migranti economici’.

Questo perché il lago Ciad sta letteralmente scomparendo, dopo aver perso il 75% della sua superficie, che è passata dagli oltre 26.000 km2 (la dimensione circa del Piemonte) degli anni ’60 ai circa 5.000 km2 di oggi. Giusto per dare un’idea dei rapporti, il lago di Bracciano ha una superficie di 56 km2.

Mentre il lago è quasi scomparso, la popolazione della regione ha continuato ad aumentare, anche per effetto di milioni di altri migranti provenienti da aree colpite da altri conflitti. Inoltre, per dare un’idea, nel Niger il tasso di natalità è 7,6 figli a donna.

Dalla metà del 2013, nel bacino del lago Ciad l’erosione delle risorse ha obbligato oltre 2,3 milioni di persone ad andarsene, per raggiungere il Nord Africa, e poi, eventualmente, l’Europa.

Il dibattito sul tema climatico resta aperto, ma gran parte degli studi sembrano concludere che l’aumento della temperatura (+3°/+5°, entro il 2050 , e forse 8° alla fine del secolo) renderà molte aree del Sahel ancora più inospitali, intensificando la frequenza delle migrazioni. Secondo un documento dell’ African Institute for Development Policy, l’aumento delle temperature potrebbe causare un calo della produzione agricola che va dal 13% del Burkina Faso al 50% del Sudan. Persino le Nazioni Unite, di solito propense a utilizzare un linguaggio diplomatico, hanno detto che sfamare il Sahel sta diventando una “missione impossibile”.

Altre ricerche, decisamente più pessimistiche, ipotizzano autentiche apocalissi. Il Washington Post, ad esempio, a giugno di quest’anno ne ha citata una secondo cui, a causa di una reazione a catena innescata dallo scioglimento dei ghiacci artici che impatterebbe sulle correnti oceaniche, il Sahel rischierebbe di inaridirsi completamente, costringendo ad emigrare centinaia di milioni di persone entro la fine del secolo.

Probabilmente la più gigantesca migrazione nella storia dell’umanità. Speriamo solo che i modelli si sbaglino…

Come recita infatti un proverbio in Kenia: ‘La terra non ci è stata data dai nostri antenati, ma prestata dai nostri figli’.

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