A beautiful mind

A beautiful mind:
la teoria dei giochi e i nuovi disequilibri mondiali

‘A beautiful mind’ è un grande film del 2001 diretto da Ron Howard, liberamente ispirato alla vita del matematico ed economista americano John Forbes Nash.

Nash è una delle menti più brillanti del nostro secolo, vincitore del Premio Nobel per l’economia del 1994, e si è molto occupato di Teoria dei Giochi.

“L’equilibrio di Nash”, una delle sue teorie più conosciute, dimostra che – date certe condizioni – esiste sempre un equilibrio nel quale ciascun giocatore deciderà la sua mossa indipendentemente da quella dell’avversario e non la varierebbe nemmeno se conoscesse quest’ultima.

ll concetto di equilibrio di Nash è forse l’idea più importante nella teoria dei giochi non cooperativi. Sia che analizziamo le strategie di elezione dei candidati, le cause della guerra o le strategie diplomatiche, le previsioni circa gli eventi si possono ridurre ad una ricerca o ad una descrizione degli equilibri.

Questa premessa mi serviva per introdurre il tema apparentemente opposto: quello dei crescenti disequilibri economici mondiali.

La guerra commerciale in atto, oramai da diversi mesi, tra Usa e Cina sta cominciando a far sentire i suoi effetti anche al di fuori dei confini dei due Paesi direttamente interessati.

Nessuna sorpresa, non è un mistero ad esempio che l’interscambio tra Cina e Germania sia giunto a oltre 180 mld di Euro.

Per quanto il tema dei dazi sia stato mediaticamente rivolto verso la Cina, nel sistema finanziario è apparso con sconcertante rapidità un allarme di rallentamento che punta diritto proprio verso la Germania, la quale, negli ultimi mesi, non si è fatta mancare proprio nulla.

Dalla Germania è passata una delle più importanti frodi a livello di antiriciclaggio, innescata per la verità in un altro paese nordico, la civile Danimarca, che tramite Danske Bank, e la sua filiale in Estonia, avrebbe consentito un’imponente operazione di riciclaggio.

Sono emersi da poco nuovi dettagli su quello che si sta rivelando come uno dei più grandi scandali di riciclaggio di tutti i tempi. 230 miliardi di dollari, in gran parte provenienti dalla Russia, sarebbero passati attraverso la filiale estone di Danske Bank e girati a Deutsche Bank, JPMorgan e Bank of America per essere immessi, puliti, nel sistema finanziario internazionale. Le rivelazioni arrivano da Howard Wilkinson, ex capo dell’unità di Danske Bank che si occupava delle operazioni finanziarie nei Paesi Baltici. E 150 miliardi di dollari, in particolare, sarebbero passati per la Deutsche Bank, circa due terzi quindi del totale, ha precisato il whistleblower inglese, che ha denunciato il caso.

Sempre per rimanere in tema Deutsche Bank, è poi evidente che intorno alla Banca continui ad aleggiare sul sistema finanziario internazionale il timore di una crisi sistemica.

Le agenzie di rating incalzano il colosso tedesco, che dalla crisi del 2007 sta perdendo sempre più terreno, scavalcato in Europa dai grandi gruppi francesi e inglesi. Fitch, che a settembre 2017 ha declassato Deutsche Bank da A- a BBB+, ammonisce sul riassetto «lento e insufficiente». Standard & Poor’s deve esprimersi sul downgrade, Moody’s è scettica sui dettagli delle strategie future dell’istituto e anche Dbrs non nasconde previsioni negative.

Occorre ricordare che nel 2016, in occasione degli stress test della Federal Reserve americana falliti dal primo istituto bancario tedesco, il Fondo monetario internazionale definì Deutsche Bank «fonte dei maggior rischi sistemici tra le banche al mondo». La situazione, nonostante i ripetuti cambi al vertice, non è da allora molto cambiata.

Ai vertici, è da poco saltato l’amministratore delegato, due anni in anticipo dalla scadenza, il britannico John Cryan, sostituito da Christian Sewing, il più giovane AD della storia della Banca.

Che la Banca abbia un problema sostanziale lo dimostrano i prezzi dei suoi CDS, gli strumenti che gli operatori utilizzano per proteggersi dal rischio di default. Negli ultimi mesi il prezzo è arrivato ad un livello mai raggiunto in precedenza.

Ormai è una corsa contro il tempo. Ma per gli analisti internazionali neanche i tagli di personale più estremi sarebbero sufficienti (dal comunicato aziendale i dipendenti dovrebbero scendere dagli oltre 97 mila attuali a una cifra sotto i 90 mila). Perché il problema di Deutsche Bank sono i 48 mila miliardi di euro lordi – ben 14 volte il Prodotto interno lordo della Germania – in pancia all’istituto. Dall’istituto tedesco fanno notare come i derivati vadano considerati sul valore netto, più di 20 mila miliardi per Deutsche Bank, «non di più delle americane Goldman Sachs o Jp Morgan», e che i derivati non siano tutti prodotti a rischio e possono avere al contrario funzioni di protezione dai rischi. Il dubbio tuttavia riguarda l’elevata incidenza di strumenti Level 2 e Level 3, che sono inseriti in bilancio non sulla base di prezzi di mercato, ma di valutazioni ‘autonome’ da parte della Banca. Stante l’enorme leverage, ovvero il rapporto tra il valore di questi strumenti e il capitale di vigilanza, una piccola variazione nei criteri di prezzatura, magari voluta da BCE stessa, potrebbe avere conseguenze drammatiche sul capitale. Infatti, il bilancio di Deutsche Bank è sotto la lente proprio della Banca Centrale Europea, che ad aprile 2018 ha chiesto all’istituto di calcolare i costi di un’eventuale liquidazione delle attività di trading in portafoglio.

Anche i primi rumors di una possibile fusione con Commerzbank o una integrazione con UBS nascono da una consapevolezza: che la situazione vada affrontata prima che possa sfuggire di mano, ovvero con un aumento di capitale significativo. Le dimensioni della Banca, da un lato, e gli strumenti a disposizione dell’Europa, dall’altro, renderebbero molto complessa un’azione solo successiva.

Detto questo, la congiuntura economica tedesca sta cominciando a volgere decisamente verso il brutto.

È abbastanza ovvio che la Germania, paese esportatore per eccellenza con una bilancia commerciale positiva pari all’8% del PIL, e che sull’export ha basato gran parte del suo successo economico, possa risentire della situazione di incertezza sul commercio globale.

L’ultimo dato negativo in ordine di tempo è arrivato a inizio gennaio dall’Ufficio Federale di Statistica Sestatis, l’Istat tedesco. Nel mese di novembre le esportazioni dalla Germania sono calate dello 0,4% rispetto al mese precedente, rimanendo invariate nell’arco di un intero anno. Nello stesso periodo il surplus commerciale della Germania è calato da 23,8 a 20,5 miliardi di euro.

«L’epoca delle vacche grasse è finita» aveva del resto dichiarato a inizio anno il Ministro delle finanze Olaf Scholz in un’intervista con il settimanale Der Spiegel annunciando per l’anno appena incominciato una flessione delle entrate fiscali e – per la prima volta da sei anni – un bilancio pubblico non più in attivo. Il governo ha abbassato le sue previsioni di crescita del prodotto interno lordo dall’1,8 all’1,5% – al di sotto quindi della media europea fissata dalla Commissione intorno all’1,7%. Le previsioni del rinomato Istituto economico Ifo di Monaco di Baviera sono ancora più pessimistiche, e contano in un incremento del Pil dell’1,1%.

L’auto è l’epicentro di questo sistema, e per diverse ragioni sta davvero frenando molto bruscamente. Lo scandalo del Diesel e le nuove normative antinquinamento proposte in Parlamento, rischiano di portare a fondo l’industria dell’automobile tedesca, con gravi conseguenze occupazionali. L’amministratore della Volkswagen, Diess, ha parlato della possibilità di riduzione di un terzo del numero di dipendenti, con la perdita di 100 mila posti di lavoro solo per la sua azienda, senza considerare le altre grandi Mercedes e Bmw.

D’altra parte, il dato sulle vendite si può descrivere come un vero e proprio crollo, essendo nell’ordine del 30% circa rispetto all’anno precedente.
Del resto – dopo lo scandalo emissioni diesel – c’è stata una corsa nel richiedere norme più restrittive: mentre la Commissione Europea vuole un obiettivo già molto ambizioso di riduzione delle emissioni del 30% dal 2021 al 2030, il ministro dell’ambiente tedesco vuole andare oltre, con un 35%, mentre la SPD chiede delle riforme ancora più spinte con un 40% ed una multa di 5000 euro per ogni auto il cui software sia stato manomesso. Chiaro che la minaccia delle centinaia di migliaia di licenziamenti sono state fatte anche per fare pressioni sul governo, ma si rischia una crisi molto forte che partendo dalla Germania si può allargare in tutta Europa.

Audi, Mercedes Benz, Bmw e il gruppo Volkswagen sono alle prese con una diminuzione delle vendite in alcuni mercati chiave come quello cinese e asiatici tra il 20 e il 40%. “Nel segmento chiave per il futuro dell’intero settore come quello dei veicoli a trazione elettrica i costruttori tedeschi hanno perso definitivamente la leadership e in tema d’innovazione e tecnologia sono stati superati dalla Cina o dagli Stati Uniti”, sostiene l’esperto automobilistico Ferdinand Dudenhöffer. E se un settore chiave come quello automobilistico – dal quale in Germania dipendono 800 mila posti di lavoro e ben il 60% della crescita del Pil nazionale – inizia a tossire, il rischio di contagio per il resto delle industrie tedesche è molto alto.

Il governo tedesco, dal canto suo, sta già correndo ai ripari e ha pronto, stando alle indiscrezioni anticipate dallo Spiegel – un piano d’emergenza. Per prevenire un’eventuale recessione e smorzare gli effetti di una forte contrazione del Pil, il ministro socialdemocratico alle Finanze e vice cancelliere Olaf Scholz punta a ingenti stimoli della congiuntura attraverso investimenti pubblici nelle infrastrutture del Paese. Gli interventi verrebbero adeguati a seconda della gravità della crisi e ammonterebbero da un minimo di 17 ad un massimo di 35 miliardi di euro. Ironia della sorte, anche la Germania dovrà, saggiamente, abbandonare una parte del suo proverbiale rigore di bilancio.

Comunque, le stime sulla crescita del PIL sono state riviste al ribasso, nonostante l’ottima situazione dei consumatori tedeschi, che beneficiano di una disoccupazione ai minimi storici, oltre che di inflazione e tassi reali ai minimi storici.

Quali siano gli impatti moltiplicativi sul sistema economico generale non è chiarissimo, ma di sicuro sono molto pervasivi, e non è un caso che tutti gli indicatori anticipatori dell’Area Euro si stiano portando velocemente verso una zona preoccupante.

Anche a livello politico le cose stanno progressivamente cambiando.

Angela Merkel è sul viale del tramonto, dopo aver guidato la CDU per oltre 18 anni. È Annegret Kramp-Karrenbauer, ribattezzata da molti AKK, la nuova presidente, e dovrà immediatamente confrontarsi con tematiche antieuropeiste presenti in ognuno degli stati confinanti, a partire dalla Francia, alle prese con la sua rivolta dei gilet gialli.

L’asse Macron/Merkel, che ha costituito l’asse portante di ciò che resta di un disegno europeo in piena crisi d’identità, si sta sgretolando dai due lati senza che emerga un disegno alternativo, e con una Brexit peraltro sempre più minacciosa.

Insomma, contesto estremamente fluido, dove la concomitanza di situazioni congiunturali particolari interagisce con tematiche strutturali e geopolitiche difficili da mappare.

Ognuno tiene strette le sue carte, in attesa del rilancio dell’avversario, con la sensazione che poi, alla fine, tutti quelli seduti al tavolo perderanno.

Chissà come avrebbe descritto questa situazione Nash, ma purtroppo non potremo più saperlo.

Nash, afflitto per oltre 30 anni da problemi gravi di schizofrenia, morì infatti nel 2015 alla veneranda età di 86 anni con la moglie Alicia, in un incidente stradale in New Jersey, mentre stava andando a ritirare l’ennesimo premio.

Seduto sul sedile posteriore di un taxi.

 

Paolo D’Alfonso
Co-head della Direzione Wealth Management

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