2021: Il transumanesimo che verrà?

Questa del 2020 è la storia di un anno che nessuno vorrebbe mai ripercorrere.

La rivista Time ci ricorda che ci sono stati anni peggiori nella storia del mondo, forse, ma la maggior parte di noi, oggi in vita, non ha visto niente di simile.

Dovremmo infatti avere più di 100 anni per ricordare la devastazione della prima guerra mondiale e la pandemia influenzale del 1918, circa 90 per avere un senso della disperazione economica causata dalla Grande Depressione del 29, e 80 anni per conservare un ricordo della seconda guerra mondiale e dei suoi orrori.

Il resto di noi – che rappresentiamo gran parte della popolazione mondiale – non ha avuto alcun addestramento per sapere come convivere praticamente e psicologicamente con gli effetti di un virus che ha già posto fine alla vita di circa 1,5 milioni di persone.

Però, come abbiamo avuto modo di ricordare anche nel nostro Digital Meeting: “There is a crack in every thing, and that’s how the light gets in”, ovvero “C’è una fessura in tutto, ed è da lì che entra la luce. Un’immagine forte, ripresa nel saluto di un anno fa della Lagarde a Mario Draghi, tratta dal testo di una canzone di Leonard Cohen.

Parole che potrebbero suonare di vaga speranza, fatuo ottimismo, ma che invece vorrei provare a rendere più concrete.

La storia ci può essere d’aiuto. Esattamente 100 anni fa, al termine di una pandemia terrificante e del primo vero conflitto mondiale, si entrò – a dispetto di ogni attesa – in un decennio di enorme fermento culturale, artistico e tecnologico, noto come i “Ruggenti Anni Venti”.

Potremmo quindi aspettarci qualcosa di simile oggi? Io credo di sì, anche se in maniera molto diversa da allora.

Vale la pena ricordare quello che si scriveva a febbraio 2020. Un notissimo Istituto di Ricerca, nel ricordarci i tempi di scoperta, test su larga scala e commercializzazione di un possibile vaccino (ndr: con dubbi non solo sul quando ma anche sul se) scriveva questo: “…questo significa che il vaccino non sarà disponibile per l’epidemia attualmente in corso, se non eventualmente per le primissime fasi sperimentali”.

A distanza di soli 10 mesi, ne saranno approvati diversi tipi in tutto il mondo e ci stiamo interrogando su quale sia il modo migliore per distribuirli in tempi molto rapidi.

Una cosa del genere, solo qualche mese fa sembrava impossibile, eppure ci siamo. Come è possibile mancare così drammaticamente le previsioni da parte di un soggetto così competente?

Questo errore mi fa pensare che siamo vicini ad un momento molto particolare della nostra storia futura, noto come “Singolarità Tecnologica”

La Singolarità Tecnologica è un momento nello sviluppo di una civiltà in cui il progresso tecnologico accelera e supera la capacità degli stessi esseri umani di comprenderlo pienamente.

Alla base di tutto c’è la “Legge dei ritorni acceleranti” per la quale il tasso di progresso tecnologico è una funzione esponenziale e non lineare. Sugli andamenti esponenziali ci siamo tenuti aggiornati parlando di progressione dei contagi quindi dovremmo capirne bene la portata, giusto?

L’assunto fondamentale di tale legge è che – nell’ambito dell’evoluzione tecnologica – ogni nuovo progresso renda possibili ulteriori progressi di livello più elevato invece che un singolo progresso, innescando così una progressione virtuosa ma parossistica di nuove scoperte.

Il concetto è spesso associato, nella sua evoluzione più estrema, alla teoria secondo la quale – un giorno – verrà realizzata una macchina così intelligente che grazie a sviluppi continui delle sue abilità, supererà le abilità umane.

Il matematico inglese Alan Turing fu una delle prime persone a immaginare in che modo il mondo sarebbe stato trasformato da macchine in grado di pensare. Nel suo articolo del 1950 “Computing machinery and intelligence” spiegava che i computer sarebbero potuti diventare talmente abili nell’imitare gli esseri umani che sarebbe stato impossibile distinguerli dalle persone in carne e ossa. “Possiamo sperare che un giorno le macchine competeranno con gli esseri umani in tutti i campi puramente intellettuali”, scrisse Turing.

Esisterà mai una macchina del genere? Le premesse ci sono tutte.

Nel mondo dell’Intelligenza Artificiale, il modello di linguaggio GPT-3 (Generative Pre-trained Transformer 3) dell’azienda OpenAI sta rapidamente conquistando gli onori delle cronache. Siamo di fronte ad un modello che utilizza il deep learning per comporre poesie, scrivere racconti e generare codici informatici, trame di videogiochi o canzoni in maniera celere, così reale, da far pensare a “prodotti” scritti da un essere umano. Diverse riviste hanno già pubblicato articoli scritti interamente da GPT-3 e, per mesi, sono andati avanti – in incognito – conversazioni tra un blogger (GPT-3 appunto) e centinaia di utenti reali inconsapevoli.

Il modello contiene 175 miliardi di parametri di linguaggio, cento volte più del prototipo precedente. A realizzarlo è stata appunto OpenAI, una società di ricerche sull’intelligenza artificiale con sede a San Francisco, che ha già stretto alleanza con Microsoft e che condivide la sua sede con un’altra start-up pazzesca, di nome Neuralink.

Neuralink, a sua volta, è finanziata da Elon Musk e si occupa di sviluppare interfacce neurali impiantabili. Non servono teorie complottistiche per capire il legame tra i due argomenti.

Stiamo forse già realizzando una forma di transumanesimo? Questo movimento culturale, diciamo pure parecchio di frontiera, ricerca il potenziamento umano attraverso la scienza e le tecnologie al fine di ottenere benefici fisici e fisiologici (miglioramento della salute e delle prestazioni fisiche e allungamento della vita), mentali (potenziamento delle capacità intellettive e di percezione) e sociali (migliore controllo e organizzazione). Inutile negarlo, affascinante e spaventoso al tempo stesso.

Tutto questo accadrà grazie all’utilizzo delle tecnologie più controverse, con una convergenza impensabile di biologia, intelligenza artificiale, nanotecnologia e scienze cognitive.

Allungare la vita grazie alle biotecnologie, creare una riproduzione digitale del cervello, uploadare la nostra mente nel cloud, innestare protesi tecnologiche per potenziare il corpo umano o dotarlo di nuovi sensi, creare un’interfaccia cervello-macchina per comunicare telepaticamente con i computer: i progetti per trasformare l’uomo in una nuova specie ibrida continuano a moltiplicarsi.

Nella Silicon Valley, sempre più persone sono attratte da questo approccio al futuro e non va sottovalutato.

A progettarlo sono personalità del calibro di Elon Musk, Larry Page, Peter Thiel e altri miliardari statunitensi, considerati da molti dei visionari illuminati e da altri invece delle persone con un rapporto ambiguo con la loro natura mortale e troppi soldi da investire in strampalati progetti. Voi che ne dite?

Se tutto questo si realizzasse, l’homo sapiens smetterebbe quindi di essere l’algoritmo più intelligente del pianeta. L’Intelligenza Artificiale, se ben gestita, può trasformare la produttività e la creatività umane, permettendoci di affrontare alcune delle sfide più complesse del pianeta, come i cambiamenti climatici e le pandemie.

Ma, se sarà gestita male, potrebbe semplicemente far esplodere molti dei problemi di oggi: l’eccessiva concentrazione di potere delle aziende, con società private che assumono sempre più le funzioni un tempo esercitate dagli Stati, le disuguaglianze economiche, la disinformazione e l’erosione della democrazia a vantaggio dei populismi di ogni genere.

Il confine tra utopia e distopia è molto sottile, ma le conseguenze saranno enormi. Sta a noi essere informati, lungimiranti e partecipare attivamente a questo processo di costruzione del nostro futuro.

Come scriveva John Maynard Keynes: “La credenza che niente cambi viene sia da una cattiva visione, sia da una cattiva fede. La prima si corregge, la seconda si combatte”.

Nel frattempo, un caloroso augurio di Buone Feste a tutti i lettori.

 

Paolo D’Alfonso
Co-head della Direzione Wealth Management

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